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Giochi di potere in Siria

Negli ultimi giorni abbiamo assistito alla già nota impotenza, in determinati casi,  del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Al Palazzo di Vetro non è stato raggiunto un accordo sulle misure da prendere nei confronti del Presidente siriano Bashar-Al-Assad, che da marzo 2011 ad oggi ha autorizzato stragi e repressioni nel sangue dei manifestanti. Il segretario di Stato americano Clinton ha definito l’opposizione di Russia e Cina, tramite il diritto di veto,  una farsa. Susan Rice, rappresentante degli Stati Uniti all’ONU ha abbandonato il “diplomatichese” dichiarando che  la decisione russa e cinese era  “ disgusting “ . Discutere in merito alle decisioni del Consiglio di Sicurezza serve a poco, è opinione comune nell’ambiente diplomatico che la riforma dell’organo sia necessaria, perché se in questo caso come in altri, i portatori di veto sono Russia e Cina, diverse volte lo sono stati gli Stati Uniti, in merito ad eventi non meno gravi. Ciò che sta succedendo in Siria, come in generale gli eventi della Primavera Araba, ci permettono sia di osservare il ruolo dei paesi occidentali e non,  sia di comprendere come cambiano gli equilibri politici in Medio Oriente, regione che, a quanto pare, conta ancora molto. Movimenti rivoluzionari sono apparsi un po’ ovunque nel Maghreb e nel Makresh , dall’Egitto allo Yemen, dalla Tunisia alla Siria. Ciascuno di questi paesi ha caratteristiche differenti, in merito alla popolazione, alla cultura, all’assetto governativo.  Tali Stati non hanno visto interventi militari di forze occidentali, né apertamente, né  in modo clandestino. Una notevole eccezione è stata rappresentata dalla Libia, le cui riserve di greggio forniscono una esauriente spiegazione per chi ancora si interroga sulle motivazioni dell’intervento. Il Vicino Oriente rappresenta quindi nell’assetto geopolitico, in questo momento, una variabile indipendente, che può condizionare le scelte degli Stati, e i cui movimenti rivoluzionari potrebbero avere imprevedibili risvolti. In quest’area instabile del mondo si muovono gli interessi dei tre grandi attori della politica mondiale, Stati Uniti, Russia e Cina. L’Europa non ancora politicamente unita, ha un’autorevolezza variabile, malata del nazionalismo francese e dei sogni imperialistici della Gran Bretagna. Se quindi la realtà fosse una partita a Risiko, si potrebbe tranquillamente dire che , per il momento, i giocatori sono tre, e gli obiettivi di ciascuno di essi sono solo parzialmente noti agli altri. Gli Stati Uniti, come l’ex Unione Sovietica, hanno rapporti di lungo corso con gli stati mediorientali, e i loro interessi sono inscindibili da quelli degli stati arabi. La Cina meriterebbe una discussione a parte, visto che tra le tre è la potenza nascente, che ancora si sta voltando verso il Medio Oriente, che esita a prendere una posizione in attesa di valutare la decisione più opportuna per perseguire i propri interessi.

Cerco di concentrarmi sulla Siria perché è lì che in questa stagione turbolenta si decideranno i nuovi equilibri mondiali. Stretta tra Turchia, Giordania, Iraq e il piccolo Libano, bagnata a ovest dal Mar Mediterraneo la Siria conterebbe anche se fosse abitata solo dal bestiame e dagli onnipresenti gesuiti. E’ un crocevia importante, infilata tra Israele e l’Iran, fedele alleata del secondo e gelida vicina del primo, il destino della Repubblica araba di Siria importa a tutti, Russia e Stati Uniti inclusi. Il potere degli Al-Assad ha resistito per 40 anni, fino a quando un sommesso movimento di protesta si è diradato come un virus fra la popolazione, così che a marzo 2011 da Aleppo a Damasco, e in tutto il paese, la ribellione è iniziata, e tutt’ora continua sotto i cruenti e mirati colpi del regime. La Siria non ha fonti energetiche di tale rilevanza da suscitare interessi imperialistici, di cui è stato vittima il vicino Iraq. La forza del paese è  davvero la sua posizione, soprattutto per la Russia. Da decenni la potenza siberiana tenta di instaurare in Medio Oriente alleanze tanto forti quanto quelle americane, ma con scarsi risultati. L’unico stato con cui intrattiene una stretta collaborazione è la Siria. E’ sulle coste siriane che sono presenti le uniche forze navali russe nel Mediterraneo, e il cane difficilmente mollerà l’osso. La situazione è delicata perché una Siria instabile significa un alleato in meno per l’Iran, che già ne ha pochi. La caduta di Assad comporterebbe un indebolimento di Hezbollah in Libano e di Hamas in Palestina, con le ovvie conseguenze per la comunità israeliana. Insomma se non Assad qualcun altro dovrà governare la Siria, ma con la stessa fermezza. Dovrà inoltre piacere ai russi, non dispiacere agli Stati Uniti e a Israele e nemmeno all’Iran. Equilibri di potere quindi, e giochi diplomatici, si susseguono tra Mosca e Washington, tra le Nazioni Unite e la Lega Araba, in attesa che qualcuno si interessi dei civili sotto le bombe, perché il sangue dei manifestanti fa vendere quotidiani, ma è raro che porti a qualche cambiamento. Continueremo a guardare con apprensione la BBC, Al Jazeera e altre emittenti quindi, in attesa che qualcun altro sia folgorato sulla via di Damasco.



Luca Orfanò
 


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