Inserto economico di 
 

Un mondo senza Wall Street?

E’ questo il titolo del libro di François Morin, professore emerito di scienze economiche all’Università Touluse-I ed ex membro del Consiglio Generale della Banca di Francia. Morin analizza la crisi ed indica le vie d’uscita per ripensare al ruolo della finanza. Premetto di non aver letto il libro, oggi commenterò la sintesi che già offre parecchi spunti e, a libro letto, probabilmente aggiorneremo questo post nel caso ci fosse qualcosa da modificare. Ecco i punti esposti da Morin, che sostiene che la finanza sia diventata totalmente autoreferenziale e, di conseguenza, non più strumentale alle necessità dell’economia reale, ma anzi dannosa in quanto creatrice di bolle speculative che influenzano anche l’industria

Le liberalizzazioni dei tassi di cambio e d’interesse, avvenute rispettivamente negli anni settanta e ottanta, sono state la premessa della nascita di un mercato connesso alla copertura dei rischi, consistente nel trading di quei prodotti derivati rispetto ai quali ancor oggi il G20 non ha preso delle decisive risoluzioni.

Ormai i derivati sono considerati un’appendice di Satana, tanto è il timore che incutono nell’opinione pubblica anche al solo nominarli. Come spesso succede, ciò che è sbagliato (e quindi dannoso) non è lo strumento stesso, ma bensì l’uso che ne viene fatto. I derivati sono strumenti finanziari che permettono di proteggersi da fluttuazioni dei prezzi di un particolare asset (possono essere azioni, obbligazioni, valute, commodities ecc…). Sono strumenti utilizzati dalle maggiori industrie, ad esempio la Lavazza utilizza i derivati per coprirsi dal rischio di variazioni negative del prezzo del caffè, materia prima a dir poco essenziale per l’impresa in questione. Senza derivati, probabilmente i prezzi al consumo di migliaia di prodotti avrebbero variazioni anche significative da un giorno all’altro. C’è qualcosa di malsano in tutto ciò? Assolutamente no. Ciò che crea danno sono le enormi sale di high frequency trading (trading ad alta frequenza) dove le grandi banche di investimento, gli hedge fund o le società di trading specializzate speculano su migliaia di asset utilizzando questi strumenti. Il mercato dei derivati è controllato al 70% da questi intermediari finanziari che scambiano strumenti con orizzonte temporale di alcuni millisecondi e ripetono queste operazioni milioni di volte al giorno, assicurandosi così profitti da capogiro. I mercati dei derivati sono molto opachi e condizionati dalle cosiddette “mani forti” che, di fatto, riescono a manipolare i prezzi a loro piacimento. Le variazioni di prezzo dei derivati hanno effetto ovviamente anche sui loro “underlying assets” ovvero sui prodotti i cui prezzi sono coperti dai derivati (tra poco metteremo la voce apposita nella sezione Dizionario) e questo provoca danni all’economia reale.

Intendere la moneta come un «bene comune», giungendo per tappe a una moneta internazionale ma non necessariamente unica, basata su un paniere di monete, permetterebbe intanto di limitare i rischi di deprezzamento drastico e sgonfierebbe alla radice le manovre della speculazione finanziaria

Idea brillante ma a dir poco utopica. Quando fu introdotto l’Euro, i paesi coinvolti nell’approdo alla moneta unica si trovavano in condizioni economiche molto simili. Allo stato attuale ci sono grossi dislivelli, sarebbe come se l’Euro tedesco valesse di più di quello italiano, con tutte le fastidiose conseguenze del caso. Una moneta internazionale presupporrebbe economie uniformate, non è più così in Europa che è un continente statico e lento da anni, figuriamoci in zone dinamiche ed in continua evoluzione come l’Asia o il Sud America. Sono d’accordo sul fatto che risolverebbe molti dei problemi che creano controversie anche sul piano politico, ma concretamente è un’operazione ben oltre i limiti del possibile

Contestuale alla riforma monetaria internazionale, dovrebbe poi essere l’avvento di una fiscalità altrettanto internazionale, che preveda l’abolizione dei paradisi fiscali e del segreto bancario, nonché la tassazione delle operazioni finanziarie sul modello dell’idea di Tobin.

Il “fiscal compact” e l’approdo della Tobin Tax testimoniano che ci stiamo gradualmente muovendo in questa direzione. Appare ormai chiaro che è necessario abolire ogni possibilità di “arbitraggio” fiscale in modo da evitare fughe di capitali verso i paesi più accomodanti. In contemporanea va però stabilito un livello di pressione fiscale comune che si attesti su una sorta di “valore medio”, in quanto non ci si deve poi stupire quando si scopre che la maggior parte dei capitali che “fuggono” provengono da paesi come Italia e Francia, stranamente (ma non troppo) quelli con il livello di tassazione più alto d’Europa.

Per quanto riguarda il superamento della logica della creazione di valore per l’azionista (shareholder value), la posizione di Morin è non meno radicale, e chiama in causa la riformulazione dei rapporti di proprietà nelle società di capitali, in modo che in una «impresa partenariale alternativa» gli utili siano equamente distribuiti tra chi apporta i fondi, il top management e i salariati, senza che una parte sia costretta ad assumersi più rischi dell’altra, come accade attualmente a scapito del lavoro

Su questo punto mi trovo totalmente in disaccordo. L’impresa crea valore aggiunto nel momento in cui si assume dei rischi. E chi risponde di questi rischi? Il management e gli azionisti, cioè chi prende le decisioni rischiose e chi le finanzia. I salariati (soprattutto in Italia) non sono sottoposti al rischio d’impresa e questo rende la loro posizione decisamente stabile (a Londra se un reparto di un’azienda non produce utili può essere chiuso da un giorno all’altro, se fosse così anche in Italia avremmo forconi e Black Block ogni giorno ad infestare le strade). E’ quindi logico che chi si assume dei rischi risponda di eventuali conseguenze negative, così come venga remunerato del premio per il rischio assunto nel caso in cui esso abbia risvolti positivi. L’idea di Morin è decisamente di stampo marxista e, perciò, assolutamente anacronistica. Comprendo che ci troviamo in un momento storico in cui siamo consapevoli dei danni che gli eccessivi rischi hanno causato, ma decidere di non correrne affatto è dannoso almeno nella stessa misura. Inoltre l’equità non significa spartirsi la torta in fette uguali, significa chi ha contribuito in una certa misura al completamento della torta DEVE riceverne una fetta proporzionata.

Concludendo, in attesa di leggere l’intero libro, ci sono sicuramente indicazioni interessanti. Tuttavia cambiamenti eccessivamente radicali potrebbero rivelarsi controproducenti, in quanto è vero che la finanza sta diventando autoreferenziale, ma è comunque connessa in modo solido con l’economia reale. Senza mercati finanziari non ci sarebbe liquidità, non si potrebbe parlare di libero mercato e verrebbero precluse le maggiori opportunità di credito e di investimento che trainano l’economia mondiale. Siamo tutti d’accordo sul fatto che, allo stato attuale, siano necessari cambiamenti in grado di disincentivare le pratiche “inquinanti” messe in atto dalle “mani forti” della finanza. Occorre però una precisione chirurgica per rimuovere solo il tessuto necrotico della “gambling finance” senza toccare ciò che di sano ancora rimane.


Cristiano Ventricelli
 


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