Inserto economico di 
 

Lavorare per il lavoro

Che in Italia ci sia un problema dell’occupazione, impegnativo al Nord, tragico al Sud, è noto. Che esistano le parti sociali, che sulla carta dovrebbero tutelare le categorie lavorative è noto. Che la Repubblica Italiana sia fondata sul lavoro, dovrebbe essere noto, ma credo che molti se lo siano scordato. Che un ministro si occupi del problema dell’occupazione, e quindi del lavoro, questo non è noto. Questa è una novità, che personalmente mi stupisce. Non seguo la politica costantemente, né pretendo di comprenderne i meccanismi, suoi e di chi vi fa parte, ma da qualche anno i tg li guardo, e qualche giornale lo leggo. E voglio dire con semplicità che non ho mai visto né sentito alcun politico andare oltre le parole, in merito ai problemi del lavoro. Qualche sindacalista sì, politici mai. E’ probabile che non sia informato, che mi sia perso qualche riforma per strada, ma anche se fosse non sarebbe grave, dato che, se riforme ce ne sono state, sono state irrilevanti. Questo non lo diciamo noi, ma il 30% di disoccupazione giovanile che affligge la penisola. Quindi io un ministro che si siede al tavolo con le parti sociali, che pone ultimatum per fare una riforma del lavoro, che lavora per attuarla, non l’ho mai visto fino ad ora. Un ministro che tenta di stabilire quello che è un record da Guinness dei primati, due riforme in 5 mesi. Ma chi di noi giovani ha mai sentito parlare di riforma? Chi ne ha mai avvertito gli effetti negativi o positivi? Non so voi, ma io no di certo. E’ curioso come le persone si scordano in fretta il passato. Fino a pochi mesi fa, al dicastero del Welfare, c’era un uomo (Sacconi)  che puntava dichiaratamente a fare accordi con due sindacati su tre, estromettendo volontariamente la CGIL. Se ci riusciva addirittura se ne vantava, esultava. Ora allo stesso ministero c’è una donna (Fornero) che se non riesce a mettere tutti d’accordo si dispiace, pensate un po’ che fessa. Piangeva, Elsa Fornero, quando presentava all’Italia la riforma delle pensioni. Piangeva perché era una riforma dura, un salasso che nel breve periodo colpisce i più sfortunati, i meno privilegiati. Chi pensa che il ministro fingesse, ha una visione distorta della realtà, un eufemismo per dire che è deficiente.
Alla Prof. è toccato il compito di fare la riforma più cruciale e dura del Governo Monti. Una riforma che Helmut Kohl fece in Germania 20 anni fa, e per la quale perse le elezioni, pensate un po’ che scemo, non è stato rieletto perché si è ostinato a fare una riforma. I risultati di quest’ultima in Germania si vedono ora, da noi forse tra 20 anni. Il ministro punta sulla flessibilità, i contratti di apprendistato, l’abolizione degli stage non remunerati e diversi altri argomenti che riguardano il mondo del lavoro. Non sono in grado di dire quale di questi provvedimenti sia giusto o meno, quale si riveli utile, ma mi piace l’attivismo del ministro, questo sì. Non mi piace chi grida al complotto liberista, non mi piace chi si arrocca a difesa di un benedetto articolo 18 che  tutela una minoranza dei lavoratori italiani, scordandosi della maggioranza. Non mi piace la gente che è lì da decenni, sindacalisti e non, e che per i lavoratori mai niente ha fatto. Questo governo è fatto di uomini e donne, persone imperfette come tutti noi, di sicuro meno dei loro predecessori, che stanno cercando di fare quello che in questo paese mai è stato possibile, un cambiamento. Perché una riforma è proprio questo, un voltare pagina, azzerare il sistema e ripartire con nuove regole. Riformare qualche cosa accontenta pochi e scontenta molti, è sempre stato così,  e questa non è un’eccezione. Questo Paese e i suoi cittadini, noi tutti, dobbiamo cambiare, l’Italia va scossa dal suo letargo, dal suo idillio fatato, dal suo irreale locus amoenus e riportata al mondo. Perché la nostra nazione non funziona da troppo tempo, e la colpa non è certo di Monti e Fornero. Questi ultimi non sono due santi, due infallibili governanti o qualsiasi altra cosa, non so neppure se sono bravi professori ( forse sì) , ma ciò che è certo è che si tratta di due persone che lavorano, che non si alzano la mattina e vanno avanti a slogan, come qualche decerebrato parlamentare il cui unico merito è di votare le loro riforme, e forse anche inconsciamente. Insomma l’Italia deve cambiare passo, e dato che l’ipotesi Rivoluzione pare non sia la migliore, allora il mezzo sono le riforme. La riforma del lavoro cambia le regole, che sono la base, non promette occupazione, quello spetta a tutti gli attori della società civile: imprenditori, società civile, sindacati, imprese e Governo ( Passera). Ma il primo step è la riforma, quindi non facciamo gli italiani, e auguriamoci che passi.

Luca Orfanò
 


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