Inserto economico di 
 

Buona commemorazione


Questo post ha una sola fonte, un’unica voce in bibliografia, l’articolo 1 della Costituzione Italiana, che così recita :

L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Queste due frasi contengono la risposta a tutte le domande, la difesa contro tutte le accuse, rivolte all’Italia e alle sue istituzioni. Per parlare di lavoro, usare la Costituzione è il miglior mezzo, il modo più alto in cui farlo. Viviamo un tempo in cui il lavoro è una rarità, un’entità aeriforme, indistinguibile. Il posto di lavoro svanisce come un bel sogno, la sua mancanza si avvera come il peggiore degli incubi. Perdere il lavoro è terribile anche per un solo giorno, e non per la sola ragione economica, pur importante più di altre in questo tempo di vacche magre. Chi perde il lavoro dimentica il motivo per cui si alzava la mattina, sente un sentimento di inutilità montare giorno dopo giorno dentro di sé. Chi perde il lavoro non riesce più a guardare negli occhi i suoi figli, sente il distacco di chi gli sta intorno. Perdere il lavoro è straziante, crea un vuoto in una vita magari prima piena di scopi e prospettive. Il lavoro non è tanto importante per la sua tipologia, che può piacere o non piacere, quanto per ciò che rappresenta. L’azione dell’uomo in ogni sua forma si esprime al meglio nel suo lavoro, manuale o intellettuale che sia. Il lavoro non è solo un fattore economico, una variabile che sale e scende in un grafico freddo e grigio. Il lavoro è parte della vita delle donne e degli uomini di questa terra. Il lavoro dà senso alla vita, come altre cose forse più importanti. E’ per questo che il diritto al lavoro, i diritti dei lavoratori, sono così importanti, perché è come se fossero i diritti dell’uomo, e come tali dovrebbero essere inalienabili. Togliere ad un uomo il lavoro è come privarlo della libertà di espressione, la sua vita si annulla comunque. E’ compito dello stato tutelare questo diritto. E’ compito di ogni Governo tutelare il lavoratore, non il posto di lavoro. La riforma promossa in questo senso dall’esecutivo Monti suscita una varietà infinita di polemiche. E’ importante che questa riforma venga varata presto, e che tuteli, come è nelle intenzioni del Ministro relatore, i lavoratori più che i loro posti di lavoro, e tutti non solo alcuni, come risulta ora. 

Oggi è il 1° Maggio, ma più che festeggiare, bisognerebbe commemorare. I dati sulla disoccupazione ci richiamano alla realtà, oltre il 30 % di disoccupazione giovanile, ci fanno capire che il lavoro manca, come mai è mancato fino ad ora. E se manca il lavoro manca la ragione sociale di tutti i cittadini. Il lavoro non è un dato statistico tirato fuori da una calcolatrice, è la base sociale del nostro Stato. La Repubblica è fondata sul lavoro. Il lavoro è il punto di partenza, la possibilità di ottenerlo deve essere garantita a tutti, ciò che attraverso esso, di qualunque tipo sia, possiamo fare, dipende esclusivamente da ciascuno di noi. L’Italia non è fondata sulle classi nobiliari, sulle caste, su prerogative generazionali, è fondata sul lavoro. Lavorare deve essere il mezzo attraverso cui ciascuno può realizzare i suoi sogni, le sue ambizioni, e la possibilità di lavorare deve essere garantita a tutti. Il lavoro non è una merce, perché la vita delle persone non si vende. Il lavoro è la storia di ogni singolo uomo, la narrazione della sua vita, il racconto delle sue relazioni, nessuno dovrebbe esserne privato. Il lavoro è una garanzia fondamentale, un diritto inalienabile. Non è la concezione di lavoro come è intesa nella Carta Costituzionale ad essere il problema, ma la sua mancata attuazione. La disoccupazione è per un Paese una ferita non meno profonda della discriminazione, del razzismo. Il lavoro contribuisce ad accendere una luce nella vita degli uomini, che di esso andranno sempre fieri, grazie a quello che col lavoro hanno vissuto, grazie a quello che col lavoro hanno fatto. L’uomo e il lavoro sono due metà separate che vanno ricongiunte nella figura del lavoratore, che muta nel corso dei secoli, a seconda del colore politico, ma rimane indiscussa la sua essenzialità. Lavorare oggi è addirittura un pericolo. Lavorando, cioè realizzando la propria vita, compiendo sforzi per raggiungere i propri obiettivi, si rischia di morire. Lavorando si muore, perché i diritti del lavoratore non sono difesi come altri. La tutela del lavoro non è meno importante della sicurezza di un intero Stato. Senza il lavoro si muore comunque. Tristissima è la vicenda degli imprenditori che si uccidono. Lavorare deve essere una gioia, non una sofferenza. 

Ognuno è libero di fare ciò che vuole della propria vita, ma il diritto al lavoro, la tutela sotto qualunque aspetto, di sicurezza, ma anche fiscale, deve essere garantita. Anche gli imprenditori, al pari degli operai, devono poter lavorare.  Non c’è Costituzione più moderna di quella italiana, che mette il lavoro al primo posto, non come merce di scambio ma come valore, ricchezza sociale. Anche la Costituzione tedesca è orientata in questo senso, entrambe insieme possono dare tanto ad un’Europa smarrita, sempre più fiscale e sempre meno sociale.


Luca Orfanò
 


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