Un puzzle incomponibile - Il business non dorme maI
            Inserto economico di 
 

Un puzzle incomponibile

Davvero si può dire che la storia dell’Europa sia stata la storia di tutti noi, di tutti gli uomini della terra, europei e non. E’ vero che le grandiose civiltà del passato non sono europee, Egizi e Cinesi  in primis. Ma da Roma in poi, la quasi totalità della storia mondiale è stata monopolizzata dagli europei, è questo ciò che studiamo, è qui ciò che abbiamo a esempio e quel che disprezziamo. Oggi  i pensatori europei si dividono in due correnti, gli ottimisti e i catastrofisti. I primi confidano che la crisi economica che attanaglia il Vecchio Continente si risolverà in un miglioramento della condizione europea, in una maggiore cessione di sovranità da parte dei singoli stati verso l’Unione. D’altronde è stato Jean Monnet, uno dei fondatori  dell’Unione, a sostenere che l’Europa nasce e si rafforza nelle crisi. Potremmo accontentarci di questa visione speranzosa, ma la comprensione della realtà sarebbe incompleta. Dobbiamo considerare, avere paura ed imporci di evitare a tutti i costi la visione dei catastrofisti. Ne va del nostro futuro più personale. E questa interpretazione catastrofista è anche una lezione per coloro che si accontentano delle conquiste ancora parziali in questo percorso già durato cinquant’anni. Le notizie più importanti spesso passano in secondo piano, una di queste è la visita di Dilma Roussef in Portogallo. La leader brasiliana, neoeletta, durante un suo recente viaggio in terra lusitana, ha avuto modo di toccare con mano la crisi occidentale. Ha compreso il malessere dei  cugini portoghesi, unici bravi scolari di un’Europa che esige tutto e non concede nulla. La risposta del Presidente brasiliano è stata ovvia dal suo punto di vista, semplice e fattibile. Dal nostro è stata agghiacciante, apocalittica appunto. Roussef ha proposto al Portogallo di unirsi a loro, il Brasile li accoglierebbe tranquillamente come ventisettesimo  stato, e per i portoghesi finalmente i problemi sarebbero finiti. Non è difficile pensare che Lisbona ci metterebbe davvero poco a uscire dall’Unione, avrebbe solo da guadagnarne. Lasciare una federazione mai nata e in declino, per una crescente politicamente ed economicamente. 

L’Europa di Bruxelles è stata inerme anche qui , passiva esecutrice delle volontà degli Stati nazionali. Ci saremmo aspettati una levata di scudi da parte di Barroso e dei suoi colleghi, un pizzico di orgoglio comunitario. Una difesa dell’Unione così com’è, con ogni singolo stato indispensabile per la sua esistenza.  Ciò non è avvenuto. Quello di Dilma Roussef era solo un pensiero ipotetico, che per il momento non trova riscontri nella realtà. Ma bisogna fare attenzione ai sintomi di malessere che attraversano il Vecchio Continente, dove qualcuno ( la Germania ) decide il destino degli altri nascondendosi dietro il ruolo di stato comunitario, mostrandosi vittima di un’Unione che perlopiù è stata la sua fortuna. La sorte “brasiliana “ del Portogallo potrebbe toccare ad altri Stati in vesti diverse. La Gran Bretagna si staccherebbe definitivamente da un’Unione che ha sempre avversato, in effetti non capiamo perché ci sia entrata. La Spagna ha la sua America Latina, dalla quale non si è mai separata del tutto, i legami sono ancora fortissimi dai tempi di Cortès. Possiamo pensare la tragica fine dei Paesi dell’Est , Polonia e confinanti, di nuovo sotto il caloroso abbraccio di Putin. Infine potremmo pensare al paradosso tragicomico di Italia e Francia. I cugini “ di Alpi “ tornerebbero a litigare su tutto, dalla cucina alla Gioconda, passando per la Libia.  Fatichiamo ad imparare le lezioni della storia, pensando che tutto ci sia dovuto, e che vada bene così com’è. Ognuno di noi può fare qualcosa, ognuno di noi può ricordarsi di essere Europeo. Altrimenti la fine è già scritta, e non ci sarà differenza tra studiare l’Europa di oggi, e quella della Guerra dei Trent’anni. 


Luca Orfanò



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