Inserto economico di 
 

Cipro, la prova del 9

Un famoso diplomatico italo-svedese ricorda sempre un episodio che da giovane cambiò completamente la sua vita. Voleva fare l’avvocato, poi finì a fare uno stage con le Nazioni Unite in un’isola rintanata nel Mediterraneo Orientale. Lì vide un bambino cadere a terra, ferito da un colpo di pistola, sul confine tra Grecia e Turchia. In quel momento decise che avrebbe dedicato la sua vita alla diplomazia, abbandonando i progetti precedenti. Il diplomatico non è frutto della fantasia di chi scrive, e nemmeno l’isola, che è Cipro. 


Una volta, non molto tempo fa, a Bruxelles si diceva ‘ too big to fail’ per tranquillizzare i mercati riguardo la tenuta dei conti pubblici di certi stati, una certa Italia. Ora di certo i burocrati europei di frase dovranno inventarsene un’altra. E non sarà la loro unica preoccupazione. Tra ieri e oggi sono riusciti a formulare una soluzione da ‘tragedia greca’, ogni riferimento a stati è puramente casuale. Olli Rehn, responsabile Ue per l’economia, e compagni hanno proposto un prelievo forzoso sui conti dei cittadini ciprioti. Caso più unico che raro. In pratica hanno proposto come soluzione al problema di uno Stato che non trova i soldi per risanare le sue banche, di andare a prelevare il denaro dai conti correnti dei cittadini di quello Stato, in quelle stesse banche. Una prova di originalità da Premio Nobel, l’unico che sarebbe davvero meritato. 
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Il governo di Nicosia ha rimandato a domani pomeriggio il voto in Parlamento per questo prelievo coercitivo, che può variare tra il 6 % e il 9,9 %. Vorrebbe dire, in quest’ultimo caso, che su un deposito di 10.000 euro il correntista si vedrebbe sottratti quasi 1000 euro. Siccome anche i cittadini di Cipro sanno contare hanno pensato bene di recarsi in banca a prendere i soldi per poi tornare a casa e posizionarli accuratamente sotto il cuscino. Ma ancor più lungimiranti i loro governanti hanno optato per  concedere tre giorni di vacanza alle banche dell’isola. La cosa più ovvia è auspicare che il governo abbia un po’ di buon senso e decida di esentare da questo prelievo i ceti meno abbienti, quindi i correntisti con un ammontare di capitale poco significativo. Il bello è che paradossalmente chi ha un esiguo conto in banca, tralasciate le fastose proteste iniziali, si metterebbe l’anima in pace. Quello che rischia Cipro è ben altro. In questi ultimi anni l’isola contesa da un trentennio tra Grecia e Turchia è diventata una seconda patria per gli oligarchi russi e per i loro conti in banca. A Cipro i russi hanno preso tutto, dalle città alle attività commerciali, compresi ovviamente i conti bancari. L’isola è cresciuta grazie al denaro, di provenienza dubbia,  fatto circolare dai sodali di Putin, che proprio oggi ha espresso la sua disapprovazione nei confronti dell’Unione Europea per non essere stato consultato su una decisione del genere. Proprio così, su Cipro la Russia conta molto. Una zona di influenza importante nel Mediterraneo, oramai l’unica, visto la fine che sta facendo la Siria. Il prelievo forzoso porterebbe nelle casse dello Stato circa 5 miliardi e mezzo di euro, dopodiché la BCE  e il Fondo Monetario inizierebbero con i loro  interventi ‘risanatori’ ( chiedere ad Atene per esperienza sul campo ). A Mosca si scaldano tanto poiché di quei 5 miliardi e mezzo circa 3 sarebbero di provenienza russa, un bel colpo per le finanze del paese ( Cipro ). 


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Cipro è il classico caso del paese che ha tirato troppo la corda, e ora si ritrova proprio con una corda al collo, e con le banche dell’isola stracolme di titoli greci. C’è però una differenza fondamentale tra Atene e Nicosia. La prima è stata costretta a subire i dettami internazionali e poco o niente ha potuto fare, il suo potere contrattuale, soprattutto a Bruxelles, era basso. Per Cipro paradossalmente è diverso. Il suo governo infatti potrebbe minacciare, anzi lo ha già fatto, di rivolgersi ad investitori stranieri per risanare le sue finanze. Russia in primo piano, Turchia e Cina dietro. Della Grecia non si curava nessuno, di Cipro invece si curano in molti. L’ultima cosa che la Bce può permettere è una fuga di capitali dal paese, che, dato che visto da fuori non sembra, è membro dell’Unione Europea. Mercoledì il ministro delle finanze cipriota si recherà a Mosca per cercare un supporto. Sì a Mosca, non a Bruxelles. 

Questa è forse l’ultima occasione che l’Europa ha per far valere la sua autorità, proprio perché si tratta di Cipro, proprio perché sembra si tratti di un’insignificante isola ai confini dell’Europa. Apparentemente la partita sembra finanziaria, ma è politica. In gioco non ci sono solo i conti correnti dei ciprioti, ma il destino dell’Unione. Se non farà valere la sua posizione, se cederà a pressione provenienti da Mosca o da qualsiasi altra parte la sua credibilità diminuirà più di quanto non lo abbia già fatto. E’ tutto nelle mani di un’accozzaglia di pseudo esperti che hanno lasciato fallire un paese e rischiano di ripetersi per una completa incapacità di decisione e un’impotenza politica imbarazzante. Stanno proponendo di salvare uno Stato con una manovra che ha un importo superiore alla ricchezza nazionale dell’isola. Non esiste un modo più facile per cadere nel ridicolo. 

Questa per l’UE è l’ennesima prova, riconquistare quel lembo di terra più vicino a Damasco che alla Grecia è forse l’ultima possibilità che hanno. Diversamente a Bruxelles faranno meglio a nascondersi.

Luca Orfanò


 
 

Un uomo fuori dal tempo

Ci sono governanti che entrano prepotentemente nella storia, amati e odiati da una moltitudine enorme di persone, ce ne sono altri che rimangono al margine, perché la loro epopea è durata poco, oppure perché  sarebbe potuta durare un secolo, ma sarebbe sembrata anonima comunque. Hugo Chavez è nel mezzo: dodici anni alla guida del Venezuela gli hanno garantito una parte eterna del cuore dei venezuelani, dopo Simon Bolìvar.
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Potrà sembrare strano scrivere su un blog economico di un leader socialista, sembra ma non è. Chavez non è stato solo un politico fuori dal comune, ma anche un  convinto sostenitore di un’economia pianificata. Un modello ereditato dall’Urss che ha portato avanti quando ormai quest’ultima era solo un ricordo sbiadito, lo ha fatto nel modo più banale ed efficiente che si conosca, nazionalizzando la prima fonte di ricchezza del Paese : il petrolio. Il progetto funzionava, con tutti i pro e i contro che può avere un disegno di questo tipo, dall’istruzione garantita a tutti alle bande criminali che seminano ancora oggi terrore nelle vie di Caracas. Chavez, un presidente eletto, aspetto non di poca importanza, ha tentato di portare avanti un disegno sovranazionale, che coinvolgesse il riscatto generale dell’intera America Latina, un continente vessato dal dominio U.s.a. e dal laissez-faire dei suoi governanti, da Bogotà a Buenos Aires. Il progetto del leader venezuelano era quello del Panamericanismo, il socialismo democratico perseguito da tutte le forze di sinistra del continente, caratterizzato da un Welfare che copriva la totalità dei servizi sociali, e un apparato statale che faceva il resto. Quello del Panamericanismo era un treno, che Chavez guidava con grande abilità, e su cui nel tempo sono saliti vari leader, dall’argentina Kirchner alla brasiliana  Roussef ( passando da Evo Moralès ). 

Quando si parla di questi personaggi bisogna avere l’umiltà di imparare, non si tratta di  politici di professione, nessuno di loro lo è stato. Sono donne e uomini del popolo, che vanno al governo con un attenzione totale verso la giustizia sociale, incuranti del resto, sordi a qualsiasi richiamo di stabilità economica o politica. Ogni paese certo è a sé, il colosso brasiliano non può essere paragonato alla minuta Bolivia, ma ciò che accomuna gli stati del continente latino-americano è il forte senso di appartenenza alla propria terra, e alla propria gente. Chavez incarnava meglio di chiunque altro questo, e estese la sua visione anche oltre oceano, dall’Iran al Vietnam, tentò di intrattenere rapporti con l’intento di creare un nuovo Movimento dei non allineati. Chavez in Venezuela ha vinto, non si è mai imposto. Di aspetti negativi lui e il suo governo saranno certo pieni, ma la storia mostrerà che le opposizioni non sono state in grado di limitare l’uragano chavista, per più di una volta. Già si vede  e sente la sua mancanza, il suo successore ad interim, Maduro, non è  neanche lontanamente paragonabile al suo predecessore e tenta di  guadagnare stima all’interno della nazione raccontando balle che lo ridicolizzano, come quella del complotto che avrebbe inculcato a Chavez il cancro. 
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Hugo Chavez lascia il Venezuela ad un futuro incerto, ora si vedrà se il paese è davvero pronto per una democrazia sul modello occidentale. Ci sono paesi nei quali il processo di evoluzione politica è lungo, questo è il caso. Intanto i dieci giorni di lutto nazionale faranno riflettere ogni singolo venezuelano sul proprio futuro, le lacrime scorreranno a fiumi, poi si asciugheranno. Fidatevi non è populismo, è totale devozione. Noi siamo cresciuti in un altro mondo, con altre idee, non capiremo mai, potremo però osservare con curiosità, e rispetto.

Barack Obama ha aperto al futuro governo di Caracas per una collaborazione proficua, dimostri davvero le sue intenzioni, e il Venezuela  dimostri di continuare dal meglio di Hugo Chavez, non contro gli Stati Uniti, ma contro il generale sfruttamento delle risorse nazionali da parte di qualsiasi potenza estera. 

Muore a 59 anni uno dei protagonisti assoluti dell’America Latina,  è morto per un sogno irrealizzabile, ma non lo saprà mai, il bello in fondo, forse, è proprio questo.

Luca Orfanò



 
 

Apocalypse Fund


How to speculate on the end of the world, profiting from losses




“At first, from the swollen sky blood will rain and darkness will fall. The waters of the oceans will seethe and the face of the world will be reshaped by flames and biting winds. Then intense cold will come and squeeze all existence in its deadly grip. Finally, the Earth will swallow all hope into its insides. Nothing will survive, except oblivion.” *

* Contractual Regulation: the fund manager informs that should such events occur, repayment of the capital invested is not guaranteed in the short term.

Good would-be speculators that you are, have you ever thought of betting on that? No? Well, it's time you did! Because although an imminent Apocalypse is unlikely, a financial crash is likely, and much more so, as is getting good yields from this “apocalyptic speculation”, downward, of course...


It may seem absurd, but the latest financial bright idea concerns exactly that: investing in those unpredictable events that have always governed our fragile existence. If that’s the way things are, it’s no wonder the greatest current investment trend consists in betting on the end of the world, apart, of course, from the fact that it could be extremely difficult to collect the credit, if by some remote chance the event should actually occur.

Ethical finance is put at great risk by the creation of investment funds that operate in reverse: the more the markets drop, the greater the earnings grow. It all started after the recent global financial crisis, which highlighted the urgent need to protect investments from the so-called "tail risk", aka "extreme risk", and gave birth to these "tail risk funds" or "black swan funds". Strange it may be, but this financial instrument is enjoying an incredible success that is expected to grow further.

What's more, having by now adapted to these changes, the stock markets have seen fit to create specific "fear gauge" indexes, well and truly "indicators of fear”. The funds connected to these indexes are worth billions of dollars and bet on the most varied events: from the likely fall of the euro to the feared global collapse of the markets, as predicted by the "Apocalypse fund".

So, what are you waiting for? Come on! If the end of the world is nigh, don't let the bear devour you: become the bear yourself!

                                                                                                                                            
                                                                                                                                               V.P., March 2012

 
 
Ascoltavo dei ragazzi alla fermata del tram, non avevano neanche vent’anni. Parlavano di politica, lo facevano con convinzione mista ad amarezza, con delle certezze accompagnate da rassegnazioni.
“Cioè io sono di centrodestra, resta da vedere se voterò Lega o Pdl “  “ Beh no si quello sì, d’altronde Monti è servile, andrebbe a dare 40 miliardi di euro ogni anno all’Europa “. Poi continuavano “ Se lasciamo il paese a Monti continueranno a fallire le aziende “, una ragazza risponde: “ Beh di sicuro non voto sinistra, Bersani è un ‘ idiota di merda’ .

Perché negli altri paesi la gente va a votare, perché noi andiamo a votare ?  E’ questa, prima ancora di scegliere cosa crocettare nelle urne, la domanda che dovremmo porci. Cosa ci aspettiamo per il futuro, perché spendiamo 20 minuti della nostra vita in una scuola elementare ad esercitare un diritto-dovere a cui siamo chiamati ogni certo numero di anni. Davvero andiamo per far si che qualcuno ci tolga un’imposta? Che qualcun altro ne metta, però non su di noi? E’ questa la nostra aspirazione ? Sono sicuro di no, spero che non sia così per la maggior parte della popolazione italiana. Spero che i nonni vadano a votare pensando al futuro dei loro nipoti più che a chi e quanto abbasserà o alzerà le tasse sulle loro pensioni. Spero che i genitori si rechino alle urne pensando al paese che lasceranno ai figli, a prescindere dal benessere che ora possono garantirgli col loro reddito. E poi spero che i giovani, tra i quali rientra chi scrive, vadano a votare, chi per la prima volta e chi no, contenti e consapevoli delle loro scelte. Spero che tutti vadano a votare, perché chi non si esprime vive nel limbo del vittimismo, dell’ignoranza militante, dell’arroganza di chi non partecipa e si permette di giudicare scelte che né ha preso né ha contrastato.

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Andiamo a votare in Italia per l’Europa. Votiamo mentre la Francia manda soldati in Mali senza consultare nessuno come se fossimo nel 1910 e l’Africa Occidentale fosse ancora loro e nessun Paese si oppone, anzi la appoggiano, da dietro però, senza aiuti sul campo, insomma all’italiana. Votiamo mentre in Grecia va in scena un mattatoio sociale. Dove la gente è povera, e povera non vuol dire non andare in vacanza o privarsi della macchina. Povera vuol dire non mangiare, povera significa morire per strada, quelle strade piene di saracinesche e non più di negozi. Quelle strade disseminate di ‘ ospedali per poveri’, perché la gente è troppo povera per curarsi oltre che per mangiare, è troppo povera per vivere. Fatelo un giro ad Atene, facciamolo tutti. Ci sembrerà la Kabul degli anni ’90, la Baghdad del 2003. Anzi peggio, perché lì le bombe si vedevano, si sentiva la guerra, c’era un nemico visibile. La povertà non è visibile, uccide in silenzio, le bombe non scoppiano per strada, ma sono tonfi in cuori che non desidererebbero altro che smettere di battere.

E’ la povertà il nostro nemico, un nemico comune per tutta l’Europa, da combattere insieme. Andiamo a votare per più o meno Europa, non è uno slogan, è lo specchio del nostro futuro. Pochi giorni fa i capi di stato e di governo si sono riuniti in un Consiglio Europeo dall’esito fallimentare. Hanno destinato del bilancio comunitario solo l’1% di risorse all’Unione. Una dichiarazione di egoismo a 27, un’unanimità di corte vedute, di biechi nazionalismi. Ciascuno di loro ha dato un’importanza di 99 su 100 a ognuno e 1 su 100 a tutti loro insieme.  E’ la strada sbagliata, è la strada che ci porterà all’insignificanza nel panorama mondiale, alla scarsa considerazione di cui già siamo denotati. Non ci serve una confederazione di Stati, la confederazione porta a guerre intestine, e l’Europa di guerre ne ha vissute abbastanza. Dobbiamo percorrere un cammino che ci porti ad un piena e compiuta Federazione, insieme in modo inscindibile. Questo percorso si compie con riforme radicali fatte da assi nazionali forti e lungimiranti, che siano in grado di vedere in una cessione di sovranità l’unica via possibile, nell’elezione diretta del Presidente della Commissione Ue la sola forma possibile di legittimazione per quella carica, in più poteri al Parlamento europeo la vera svolta per una Federazione, e soprattutto, nella firma di una compiuta Costituzione Europea, la scelta giusta. 


Votiamo pro o contro tutto questo. E chi dice che l’irrilevanza dell’Europa non conta, che si vive comunque, a costoro dobbiamo rispondere che si sbagliano. La rilevanza del nostro patto, di come siamo nati col Trattato di Roma più di 50 anni fa, ha fatto sì che vivessimo il periodo più lungo senza guerre dall’epoca di Augusto. La rilevanza ci ha permesso di non soccombere nei conflitti, di non finire stritolati nella guerra fredda, o minacciati dalla polveriera medio orientale.  L’Europa è il nostro futuro, andiamo a votare per quello, facciamolo confidando in chi la rafforza, non in chi la contesta.

Quei ragazzi alla fermata del tram non li ho più ascoltati, ho preferito alzare il volume dell’i-pod.

Luca Orfanò 



 
 

L'inverno freddo e buio del capitalismo italiano


Dai  colli senesi   all’Algeria l’inverno per il capitalismo italiano è freddo e buio. E’ di oggi la notizia che l’a.d. di Eni, Paolo Scaroni, è indagato per tangenti. Il capo di una delle più importanti aziende energetiche operanti nel Mediterraneo, strategica per l’Italia, finito in un vortice che lo sposta dai deserti algerini a società fittizie di Hong Kong. Vicende non nuove per l’Eni di Enrico Mattei, che già qualche anno fa finì nella ragnatela di interessi sull’estrazione del gas in Kazakistan ad opera di oligarchi russi e nostrani. 

Ma è il Monte dei Paschi di Siena ad aver riempito siti e quotidiani per settimane, forse eccessivamente. Draghi oggi l’ha chiaramente dichiarato, quella della banca senese è stata una bolla gonfiata un po’ più del normale in campagna elettorale. Come dargli torto. Il buco della banca non tocca i contribuenti, non tocca i correntisti, se non nel lungo periodo e in caso di assenza di interventi da parte del C.d.A., ergo state tranquilli e mettetevi l’anima in pace. Non è proprio così.

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Monte dei Paschi era in principio una banca per i pascoli, come si evince dal nome. All’istituto si impegnavano greggi interi di pecore per determinate somme di denaro, un’istituzione e una garanzia per l’economia agricola del territorio, che ha funzionato e funziona tuttora. Poi l’economia si è evoluta, il pegno ha lasciato spazio al denaro, che ha occupato interamente Monte Paschi, che è diventata una banca, nella sua accezione più vera, prestatore di denaro. Succede però che l’uomo è mosso dalle tentazioni, e come il più insignificante degli essere umani è tentato ogni giorno, per migliorare la sua vita, per dare una svolta alla sua esistenza, così gli uomini potenti non sono mai appagati, e per cercare qualcosa di più, per soddisfare le loro smanie di successo o la noia delle loro esistenze  perdono di vista i ruoli che ricoprono e le responsabilità che ne conseguono per dedicarsi ad altro, sfruttando il potere che da quei ruoli deriva. E’ quello che si presume abbia fatto Mussari, ex Presidente di Monte Paschi e i suoi soci, o dovremmo dire affiliati. Una banca presta soldi, un buon banchiere deve gestire la banca affinchè presti bene il denaro, lo riceva indietro in tempi adeguati e ci guadagni qualcosa. Più ci guadagna più è bravo il banchiere, posto però che i soldi continuino ad essere prestati a imprese e persone, che non girino quindi in vortici finanziari senza fini produttivi. La questione delle banca senese deve essere scissa in due parti. La prima è l’affaire losco di Antonveneta, l’acquisizione di una banca di proprietà del colosso assicurativo spagnolo Santander ad un prezzo diverse volte superiore alla capitalizzazione della banca di Padova. I casi sono due, o a Siena avevano perso la retta via, e compravano qualcosa sopravvalutandola enormemente, o, più probabile, un’intesa con gli spagnoli di Santander avrebbe permesso a entrambi di guadagnare dall’acquisto/vendita di Antonveneta. Resta da capire se una spartizione di denaro c’è stata, che fine hanno fatto i soldi, o, riformulando la domanda, perché Monte Paschi è andata a comprare Antonveneta ad un prezzo superiore al suo valore ?  Se ho dei soldi da parte, vado a comprare un bene, anche a costo di pagarlo il triplo di quanto vale, mettendomi poi d’accordo col venditore per spartirci l’eccedenza, solo se credo che quei soldi è meglio che non stiano nelle mie tasche. Questo è comunque compito della magistratura, che lo svolgerà al meglio. 

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L’altra faccia della questione Monte Paschi è l’acquisto di derivati. Niente di più normale, ovvio e legittimo da parte di una banca. Che poi questi prodotti derivati siano collegati ad operazioni fittizie, Antonveneta e non, è da dimostrare. La campagna in sé contro i derivati è tuttavia ridicola e va sfatata. Si tratta di premi sul rischio, che vanno venduti da persone consapevoli ad acquirenti altrettanto consapevoli, altrimenti sì, sono una fregatura.  Se accendo un mutuo a tasso variabile, so che ora i tassi di interessi per i mutui sono bassi. Compro quindi un premio al rischio  ( derivato ) sulla salita futura dei tassi di interesse entro un certo periodo, se entro tale periodo i tassi saliranno io riscuoterò una somma di denaro, diversamente pagherò un premio ( costo ) alla banca che mi ha venduto il prodotto derivato. La liceità di un derivato dipende quindi dal contesto e da un sacco di altre varianti. Certo se al Comune di Siena gente esperta ha acquistato dalla banca senese derivati che si sono rivelati un flop, la colpa è dei funzionari del comune, non di Monte Paschi. Se invece  al Comune c’erano persone inesperte, è la banca che glieli ha venduti ad essere responsabile.  Se poi consideriamo che nel C.d.A. della banca è presente come azionista di maggioranza una fondazione che fa capo al comune, con l’intento di difendere gli interessi dei cittadini, e veniamo a scoprire che tale fondazione ha dato il consenso ( necessario se azionista di maggioranza) a vendere al Comune a cui è legata dei prodotti derivati che si sono rivelati un flop, che indirettamente andranno quindi a danneggiare le finanze dei cittadini senesi, i quali all’interno della banca sono rappresentati dalla suddetta Fondazione, allora è il caso di fermarsi un attimo e capire che ci fanno le fondazioni all’interno delle banche e in che misura. 


Bankitalia su queste questioni ( acquisizione di Antonveneta ) non ha poteri significativi, intervenne con la moral suasion e con ispezioni, il massimo consentitole dalla legge. Se consideriamo che l’acquisto di Antonveneta è avvenuto da una banca non italiana, Santander, capiamo che è necessario un meccanismo di vigilanza sovranazionale, europeo, con regole ferree e persone autorevoli a farle rispettare. Le regole mancano perché manca questo organismo di vigilanza, la persona autorevole che sta cercando di crearlo c’è e si chiama Mario Draghi.


Luca Orfanò

 
 

Una banalissima guerra

Credo che la guerra sia tremenda in ogni suo aspetto, come un diamante pieno si sfaccettature l’una più orrenda dell’altra. Gli eventi della guerra sono semplici, quasi banali. Per questo sono terribilmente facili da capire, perciò non puoi scappare dall’orrore che provi vedendoli da lontano, magari mentre mangi guardando il notiziario. E le sfaccettature del diamante sono tante, dalla donna incinta che salta in aria, ai bambini crepati sotto i bombardamenti a quelli balzati sopra una mina antiuomo perché facevano la cosa più comune del mondo per i loro coetanei in altri luoghi, ma la più strana per loro : giocare. Poi col tempo si cresce, le attività cambiano, forse si fanno con minore passione, per forza d’inerzia oppure con dedizione. Quello che non cambia per chi vive in un paese in guerra è il contesto: le bombe, i morti, le strade distrutte, le case invisibili. A quel punto nel tuo piccolo non puoi fare molto, allora ignori. Ti isoli, non consideri nulla importante fuorchè quello che tu fai, e la banalità quotidiana ti sembra la cosa più bella del mondo, la più desiderabile.

Studiare può essere una di queste banalità, lo era di sicuro per i ragazzi siriani. Oggi ad Aleppo questa banalità è stata sconvolta dalla realtà, un’esplosione all’interno dell’università. Decine di vittime, decine di ragazzi morti, decine di quotidianità distrutte, decine di famiglie sconquassate dal dolore, decine di banalità annullate in un momento. Eppure lo studio, la cultura, i libri, dovrebbero essere ciò che di più lontano c’è dalla guerra, dal sangue, dall’orrore dei morti ammazzati. Invece oggi abbiamo avuto la conferma del contrario, una banalità anche questa. Perché è ovvio che la guerra distrugge tutto, non risparmia la quotidianità, ed è proprio quando ti privano di quella, che capisci quanto è tremendo, quanto è angosciante adeguare la tua vita ad un disegno politico, militare o economico più grande di te. E’ al quel punto che vieni pervaso dall’egoismo, perché capisci che la vita è una sola, non puoi permetterti di sprecarla così, e te ne vai. Oppure decidi di restare perché tutto quello che vuoi è una vita migliore forse non per te, ma per i tuoi figli, nel tuo paese. Credo che siano questi i pensieri dei siriani oggi, come degli iracheni ieri, di altri domani. Pensieri legittimi di persone normali, sconvolti da qualcosa di anormale, di orrendo. 

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Aleppo la grigia, una città pazzesca, arroccata su una collina nel nord della Siria, piena di storia, più vecchia di Roma e di Atene, di Pergamo e di Micene. Colpire un luogo simile è la dimostrazione di come l’uomo sia oramai insensibile al mondo che lo circonda, a ciò che di più prezioso gli rimane. Gli attacchi ad Aleppo, operati dalle truppe di Bashar Al Assad ormai da mesi, sono la dimostrazione che tutti i discorsi gonfiati di nazionalismo sono finti, farlocchi. A loro della Siria non frega niente, altrimenti non distruggerebbero il gioiello più bello che conserva da 5000 anni. Ad Assad frega solo di Assad, questa è l’unica certezza.


Il conflitto in Siria si protrae da ormai più di un anno. Il Paese intero è in  stallo, preda di una guerra civile permanente. Assad perde potere ma non molla, è arroccato a Damasco, forte della debolezza degli oppositori, dai ribelli combattenti, alle frange islamiste, al Consiglio Nazionale Siriano che dall’estero ha poca influenza e male esercitata. Ma soprattutto il despota alauita è forte del ruolo geopolitico del suo paese. Sa perfettamente che nessuna potenza straniera lo spodesterà finche non saranno sicuri del sostituto. Su questo l’intesa è comune tra Russia, Usa e Iran. La prima non vuol perdere il suo unico alleato nel Mediterraneo, i secondi non possono permettersi uno Stato instabile tra Israele e l’Iran. E quest’ultimo non vuole perdere un prezioso alleato, quale è Bashar Al Assad, ma soprattutto vuole contare qualcosa nel riassetto del paese. Poi ci sono gli attori minori, si fa per dire. Da un lato c’è la Turchia, che riempie il vuoto lasciato dall’Europa in Medio Oriente magistralmente, perseguendo i suoi interessi. Dall’altro ci sono le monarchie del Golfo e la Giordania. Quest’ultima restia ad un intervento in Siria ( ma da cui sono ultimamente partiti migliaia di profughi per ritornare a combattere in patria ) e le prime, che invece hanno una natura interventista, Qatar in testa.

 Il Medio Oriente è un puzzle quasi completo. Manca un quadrato, ma la Siria è un triangolo, si ostinano a cercare una posizione adatta. E intanto la gente muore, pure studiando il primo giorno di una sessione d’esami, come chissà quanti di noi.

Luca Orfanò


 
 

Il sistema elettorale perfetto

Si avvicina il 24 febbraio, quando andremo inesorabilmente a votare con il Porcellum, secondo alcuni il peggior sistema elettorale possibile. D’altra parte matematici ed economisti come Condorcet e Arrow hanno dimostrato che non esiste un sistema di voto che non porti a paradossi di qualche tipo. Se la logica tradizionale ci porta in un vicolo cieco, la teoria dei Sistemi Complessi e la Meccanica Quantistica danno un interessante contributo ad una disputa che sembra appannaggio delle Scienze Umane.

Un team dell’Università di Catania, composto da due fisici, due economisti e un sociologo, con primo firmatario Alessandro Pluchino, ha pubblicato su Arxiv (http://arxiv.org/pdf/1103.1224v2.pdf) un articolo dal titolo “Accidental Politicians: How Randomly Selected Legislators can Improve Parliament Efficiency”; è recentemente uscito un libro degli stessi autori, “Democrazia a sorte”, che sta stimolando dibattiti nel mondo anglosassone, vista la dimostrazione dell’idea che estrarre un certo numero di parlamentari da un campione casuale renda più efficiente il Parlamento stesso. Tralasciando gli aspetti matematici e i modelli di simulazione ad agenti, che sono comunque ben spiegati nell’articolo su Arxiv e su “Le Scienze” di questo mese, il nucleo del concetto è il seguente: i vincitori delle elezioni non devono avere la maggioranza assoluta, ma ci deve essere una quota di legislatori estratti a caso che faccia da ago della bilancia. Poniamo che ci siano 100 posti e due coalizioni; la prima ottiene il 55% dei voti, la seconda il 45%. Secondo questo modello 20 seggi vengono assegnati casualmente, i restanti 80 sono suddivisi proporzionalmente tra le due coalizioni: 44 ai vincenti, 36 ai perdenti. I parlamentari estratti a caso agiscono nell’interesse di tutti senza seguire le indicazioni di un partito, e le leggi migliori vengono approvate a prescindere dalla loro provenienza. Il principio di democrazia viene comunque preservato, perché ai vincenti basta convincere 7 indipendenti della bontà della loro proposta, mentre agli sconfitti ne servono almeno 15 su 20. Si potrebbe obiettare che questa ricerca non giunga a conclusioni interessanti, visto che già nell’antica Grecia si estraevano a caso i partecipanti alle assemblee decisionali. Tuttavia, oltre a fornire una base matematica ad una conclusione di buon senso, il lavoro dei ricercatori stima quantitativamente l’efficacia del Parlamento al variare della quota di estratti. Il risultato più basso si ha con 0 (basti pensare alle Camere attuali, o al Congresso statunitense) e con 100 (un’organizzazione parlamentare come quella garantita dai partiti è necessaria per la risoluzione di problemi complessi), il picco varia a seconda della percentuale della coalizione vincente.

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Un articolo di George Musser su “Scientific American” si spinge ancora più in là, al confine tra la logica, la filosofia e la fisica. La logica classica incorre in una serie di paradossi, tra cui per esempio il celeberrimo dilemma del prigioniero. Di fronte alla scelta tra confessare e non confessare, i due carcerati giungono a un equilibrio svantaggioso per entrambi. L’assurdità non si conclude qui, perché nella realtà il comportamento delle persone è ancora diverso: una certa quota di individui compie scelte che permettono a entrambi di raggiungere la situazione migliore. Se però si introducono elementi di Meccanica Quantistica, la teoria che spiega le interazioni fondamentali della materia, come l’entanglement e la coesistenza di stati (basta pensare al gatto di Schrodinger che è contemporaneamente vivo e morto!), si ottengono risultati straordinariamente compatibili con il nostro comportamento. Questo non significa che il nostro cervello sia un computer quantistico, ma che la teoria dell’informazione quantistica è un’utile analogia per comprendere la nostra psicologia. Altri paradossi, come appunto il Teorema dell’Impossibilità di Arrow, potrebbero essere risolti in maniera simile. L’autore conclude il suo articolo auspicando un illuminismo postmoderno fondato su questa “logica quantistica”.

Mentre le conseguenze dell’articolo di Musser sono fumose, l’applicabilità della scoperta del team di Catania è immediata. I parlamenti funzionerebbero meglio se l’ago della bilancia smettesse di essere un viscido centro, diventando un gruppo di personalità attentamente selezionate per le competenze e casualmente estratte per le idee. Le obiezioni e i miglioramenti che si possono fare sono evidentemente molteplici, ma dare fondamenti quantitativi a proposte discorsive deve essere la strada per un idealismo concreto che, un pezzo alla volta, permetta di cambiare il mondo.

Marco Pangallo



 
 

Spread, storia di una nazione in cerca di autore

Ci si parava davanti ogni mattina, quando il buon umore si cerca con il microscopio,quando ancora scombussolati accendevamo la tv, magari per tenerci compagnia, magari per guardare i cartoni animati, o il meteo, o qualsiasi altra cosa. Imperterrita quella cifra campeggiava sui teleschermi, sbucava dalle radio, balzava sui giornali. Un termine sconosciuto ai più, che nel giro di una o due settimane è balzato alla ribalta facendosi conoscere da tutti, riempiendo la bocca di chi di economia non ha mai capito nulla, a cominciare dalla maggior parte dei membri del Parlamento, diventando pilastro fondamentale di ogni artefatta e improvvisata analisi economica.


Lo spread, il differenziale, la misura della credibilità di una nazione. Il nostro, da 32 a 576  in 6 anni, i greci han fatto meglio ( cioè peggio) . Miliardi di euro buttati via, sottratti alla spesa sociale, alla scuola, alla sanità. A tutti, dai cassintegrati ai pensionati invalidi. E’ sempre stato importante questo spread. Non è un’invenzione, semplicemente prima non lo conoscevamo, per il semplice fatto che non ci interessava. La parola dell’anno è passata dalla sacralità alla diffamazione. Prima era tutto, l’oracolo rivelatore del nostro futuro, poi è diventato “ dittatura dello spread” oppure “ lo spread è una storia”. Ovviamente non è niente di tutto questo, è qualcosa di molto più importante, e di molto più semplice. E’ denaro che spendiamo e che non torna più. 

 

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. E’ vero che parzialmente è la metafora della salute finanziaria di uno Stato, ma è soprattutto lo specchio di una scarsa unità europea. E’ un libro aperto che ci rivela che è pieno di persone e personalità a cui va bene così com’è. Perché se è vero che i titoli di Germania, Austria e cugine rendono pochissimo, perché molto, quasi troppo, sicuri, e che quelli ellenici sono un rischio troppo grande per chi non ha soldi da buttare, o comunque non abbastanza; allora ecco che entra in gioco il Btp, nè poco ( titolo molto sicuro) né  troppo ( titolo molto rischioso), un rendimento giusto, tranquillo. Paga un buon tasso di interesse, tanto lo sanno tutti che l’Italia non fallirà, quindi tanto vale approfittarne. Gli economisti, quelli che giocano con le teorie economiche, proprio loro, lo chiamano costo-opportunità. Una delle poche cose buone estrapolate dalle loro menti contorte: uno spread troppo basso non conviene a nessuno, nessuno ci guadagna. Si potrebbe dire meglio: è l’obiettivo degli europeisti, ma, duole dirlo, gli europeisti in Europa saranno 500, almeno quelli che hanno un po’ di potere. Cinquecento diviso cinquecento milioni ( gli abitanti dell’Unione), fa 0,000001. Anche questo un gran bel numero, pure lui uno spread. 

Dovrebbe essere zero. Zero perché se siamo un’Unione non devono esserci differenze fra gli stati, zero perché è il prezzo che i più ricchi ( in primis la Germania) pagano per un’ Europa unita da cui hanno guadagnato un sacco, e per cui hanno dato poco, zero perché se il nostro obiettivo sono gli Stati Uniti d’Europa, beh… allora è bene sapere che tra Massachussets e Oklhahoma lo spread è zero. Altrimenti quest’ultimo non sarebbe diverso dal Burundi o dalla Tanzania. 

Una geniale fregatura quindi il famoso differenziale Btp-Bund.  Tanto  geniale, quasi quanto la strategia di quel Premier che un anno fa andò in Europa a firmare accordi che poi, tornato nel suo paese, non ebbe il coraggio di attuare, e, per non perdere la faccia decise di dimettersi, e di farli attuare a qualcun altro, programmando poi di tornare con le mani pulite,  quando quel qualcun altro avesse finito il lavoro sporco.

Luca Orfanò

 
 

Giù dalla cattedra

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Quello che è accaduto due giorni fa è il paradosso del nostro Bel Paese, la cartina di tornasole, il negativo di tutte le nostre eccellenze, e di tutti i nostri errori. Non è  il movimento di protesta che ha coinvolto studenti e lavoratori in ogni parte d’Italia e d’Europa, sacrosanto. Non è il dibattito pietoso dei partiti sulla legge elettorale e il tragicomico spettacolo del “ si salvi chi può”. Il fatto del giorno è avvenuto in due università del paese, una a Roma, l’altra a Milano. La prima pubblica, la seconda privata. E’ l’università il luogo da cui questa avventura è partita, il forno da cui caldi caldi sono usciti i ministri del Governo “tecnico”, che, spiace dirlo, negli atenei hanno lasciato l’umiltà per andare nei dicasteri a comandare, non più ad insegnare. Ci sono andati senza ascoltare.

Mentre alla Sapienza, università di Roma, si svolgevano collettivi e incontri per raccontare e testimoniare la crisi che dilania il paese, da dentro, da vicino, per condividere lo stupore verso uno Stato che non sente le proteste, che non ascolta, come i suoi ministri; a Milano, Università Bocconi, si apriva l’anno accademico, ospiti d’onore: Mario Monti e Mario Draghi.

Una platea plaudente quella dei bocconiani, dissidente quella romana. Due facce dello stesso paese, dei più esposti al rischio del futuro, e dei più protetti. Da una parte si parlava di Europa, dall’altra di tasse, di mutui e di lavoro. Siamo fermamente convinti che ci fosse molta più Europa nei discorsi di questi ultimi, che in quelli dei primi. Non perché gli altri fossero studenti di un’università privata, non perché avessero forse famiglie facoltose alle spalle, ma perché si punta all’Europa solo guardando in faccia la realtà, solo considerando i problemi di ogni giorno. L’Europa è una costruzione che passa alla vita reale, non si può più fare sui libri, deve uscire dalle aule, deve entrare nelle menti e nei cuori della gente. Non va più accusato di antieuropeismo chi critica le politiche del governo. Perché i giovani che erano in piazza l’Europa la vogliono, la cercano, ma pretendono di poterci vivere e lavorare dignitosamente, altrimenti non è più un progetto, un sogno, ma un mito non incarnabile in niente, non riferibile a nulla. I giovani l’Europa la vogliono perché hanno protestato in 23 paesi su 27, perché hanno individuato il problema: la scarsa unità e la mancanza di lavoro. Avremmo gradito dal Presidente Monti una parola sulle migliaia di giovani scesi in piazza mercoledì, un cenno di considerazione, che siamo sicuri lui abbia, ma non lo esprime. Soprattutto perché lui è arrivato per noi, per salvare il paese che rimarrà a noi, non ad altri. In questo senso vanno alcune delle sue politiche, come la riforma delle pensioni, ma altre purtroppo no. Molte misure sono andate a discapito di parecchie fasce della popolazione, politiche miopi, che non hanno realizzato il disagio sociale e pretendono di insegnare ad un cinquantacinquenne minatore i motivi per il quale lui deve ancora lavorare, o peggio stare a casa, ma non ricevere la pensione, in forza di un preciso modello economico. Monti non è più un professore, ma un politico, da lui per il tempo che rimane ci aspettiamo mosse politiche. Non ci si può più nascondere dietro la competenza tecnica, bisogna che il Presidente affronti la pragmatica realtà, legalmente e formalmente risponde al Parlamento, ma la sua coscienza risponde al Paese oltre che a se stesso. 


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Mario Draghi un anno fa quella parola per i giovani ce l’ha avuta, e ogni giovane di buon senso è in grado di capire che quello che ha fatto per l’Europa è stato vitale. Nel suo discorso alla Bocconi ha citato Tommaso Padoa Schioppa, stratega dell’euro. Quest’ultimo paragonò l’Emu ( Economics monetary union), ad un uccello australiano con lo stesso nome, simile ad uno struzzo, che non cammina mai all’indietro. Siamo d’accordo, andiamo avanti, l’euro è un processo irreversibile. Ma non deve essere solo l’Emu il paletto irremovibile dell’Europa che vogliamo. Bisogna piantare altri pilastri. Non basta più l’unione economica, l’Europa da cui non si deve tornare più indietro deve essere quella sociale di Altiero Spinelli, quella in pace di De Gasperi e Monnet. Non c’è Europa nel disagio sociale che viaggia dalla Spagna all’Italia. Non c’è Europa in Grecia dove i bambini muoiono di malnutrizione. Non c’è Europa dove c’è nazismo. E questo rimane, quasi impossibile da sradicare, risorto in Ungheria e in Grecia. Queste sono questioni politiche, risolvibili solo da un’Europa politica. In Italia ad aprile si vota anche per questo, per più o meno Europa, e a decidere saremo tutti noi, che non si dica che il destino è qualcosa di immutabile.


Luca Orfanò

 
 

Don't look back, Barack

Manca poco più di una settimana ad uno dei due eventi politici che segneranno marcatamente i nuovi equilibri di potere, le elezioni presidenziali americane del 6 novembre ( l’altro evento è il passaggio di potere in Cina, ma è meno interessante perché si conosce il successore, quindi manca l’effetto sorpresa). Barack Obama ha girato 8 stati in 48 ore. Chicago, la sua Chicago, è in fermento  da settimane, tutti dediti ai preparativi di una festa che nessuno è certo di poter celebrare, Barry, come lo chiamavano ad Harvard,  in primis. Obama l’oratore, il Presidente di tutti gli americani, ha faticato a svegliarsi. Ha reagito tardivamente agli attacchi di Mitt Romney, e menomale che quest’ultimo non è poi tanto brillante, altrimenti ora ci staremmo chiedendo come limitare i danni. In tre settimane hanno avuto luogo tre dibattiti televisivi tra i due candidati. Nel primo Obama dormiva, l’hanno visto tutti, a testa bassa incassava gli attacchi di Romney. Nel secondo incontro tv, il Presidente che il mondo ha imparato a conoscere è uscito dal letargo, stravincendo. Il terzo duello davanti ai teleschermi è stata una mezza vittoria, che è diverso dal dire una mezza sconfitta. I sondaggi danno i due candidati pressoché in parità, ma Obama  stacca il repubblicano di qualche punto negli stati chiave come Ohio e Florida, alla fine sarà in questi ultimi che si deciderà se ci sarà il quarantacinquesimo presidente usa, oppure no.


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Barack Obama è stato un Presidente straordinario. Il suo essere fuori dal comune ha condizionato notevolmente le sue scelte, ha creato ambienti ostili al suo operato prima ancora che iniziasse a governare e al tempo stesso ha deluso molte aspettative della sinistra democratica americana, pur facendo quello che nessuno prima di lui era stato in grado di portare a termine. E’ arrivato alla Casa Bianca spinto dal vento della novità, da un modesto consenso popolare ( 51 a 48 non è mai una vittoria bulgara) e soprattutto dalle grandi banche d’affari americane. Goldman Sachs, la regina delle investment banks , staccò nel 2008 per il giovane senatore di Chicago un assegno da un milione di dollari. Quest’anno la generosità è calata di brutto, 136.000 dollari, briciole che si sommano ai 650.000 verdoni ottenuti da Citigroup e JP Morgan . Da queste ultime due Obama nel 2008 incassò tre milioni e mezzo di dollari.  In compenso la finanza di Wall Street ha riempito le tasche già colme di Romney dandogli tanto di quel denaro da poter fare campagna elettorale anche sulla luna. Lloyd Blankfein, c.e.o. di Goldman Sachs, l’uomo che ha modestamente dichiarato di “fare il mestiere di Dio”, e altri suoi colleghi non hanno digerito uno dei primi provvedimenti dell’amministrazione Obama. Il Dodd Frank Act ha rotto le uova nel paniere, tale legge tra i vari limiti imposti alla finanza vieta alle banche investimenti speculativi con mezzi propri, operazione che alla banca di Blankfein fruttava il 10 % degli  utili. Poi c’è stata la riforma sanitaria, una lotta senza quartiere quella condotta dall’inquilino della Casa Bianca, su quel provvedimento si giocava la faccia. Dopo un estenuante gioco al ribasso la Health Care Reform passò e quest’anno è stata riconosciuta come legge dalla Corte Suprema. Nessuno prima di lui era riuscito a far approvare un provvedimento simile, quindi per quanto sia poco sufficiente a tutelare chi ne ha diritto, almeno qualcuno ne guadagnerà. Obama ha poi varato un vigoroso piano di investimenti, un aumento della spesa pubblica dell’ammontare di 800 miliardi di dollari, finanziando istruzione, sanità e infrastrutture. E’ stato il suo piano per l’economia nazionale, l’unica manovra di politica espansiva in una congiuntura di crisi economica così grave. Schiere di economisti glielo sconsigliarono, lui è andato avanti per la sua strada. I dati, anche se magri, gli danno ragione, una crescita prevista del 2% e una disoccupazione elevata sì, ma in calo. In politica estera le aspettative erano maggiori, non solo da parte del suo paese, ma del mondo intero. L’Europa e il Medio Oriente guardavano ad Obama come una speranza di rinnovamento, di forte scossa , di cambiamento politico. Lui ha risposto nell’estate del 2009, pronunciando al Cairo un discorso storico, separando l’Islam da Al Qaeda, facendo capire da che parte stava lui, e da quale si aspettava che i musulmani si schierassero. Per quel discorso vinse il Nobel per la Pace. Molte aspettative sono state deluse, Guantanamo è ancora una prigione funzionante a pieno ritmo, migliaia di americani in guerra in Afghanistan, ma non in Iraq. A contrastare queste “ delusioni” c’è la cattura di Bin Laden, avvenuta nel maggio 2011. Si può dire che Bin Laden non fosse più un pericolo, che i problemi erano altri. Ma intanto lui lo ha fatto catturare, e per farlo si è giocato tutto in una missione che è stato un successo ma avrebbe potuto rappresentare un tragedia, per i militari che la intrapresero, e un suicidio politico per lui. 


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Barack Obama è quest’uomo , un politico nato, che cerca di ottenere quanto è in suo potere per attuare le sue  idee. Conquistare volta per volta in Parlamento e in qualunque altro luogo piccoli successi, facendone tesoro. Un mattone alla volta fino ad una casa vera e propria. Trattare, scendere a compromessi, rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro. E’ la politica dello step by step, è la sua politica.  Nessuno ha fatto come lui in quel paese perché nessuno ne è stato capace . Non si costruisce negli Stati Uniti un Welfare State dall’oggi al domani, si fa a piccoli passi, anche scendendo a patti. E’ questo che i delusi dal giovane senatore di Chicago dovrebbero capire. E’ finito in mezzo agli squali, ma ha salvato la pelle. Ha sostenuto l’economia, ha portato a casa una riforma, quella sanitaria, storica. E’ diventato il Presidente degli Stati Uniti, non poteva ritirare truppe militari subito da mezzo mondo, ma i militari dall’Iraq li ha portati a casa. Voleva chiuderla Guantanamo, eccome se voleva, ma la C.i.a. glielo ha impedito. Obama era ed è un pacifista. Lui si oppose alla guerra in Iraq, molti altri no, tra cui Hillary Clinton. Votare Obama vuol dire credere di poter cambiare qualcosa un po’ alla volta, significa fidarsi del futuro, osare. Tutto e subito lo dicono solo i bimbi, e molto spesso non si realizza neanche per loro. L’audacia della speranza non è una frase campata in aria, è una filosofia, uno stile di vita, oltre che un preciso piano politico, il suo.


Luca Orfanò